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prefazione del traduttore xlvii


scitiva dell’attività fantastica o «arte», perde ipso facto la pretesa solenne qualità di «madre del mito» e quindi della tragedia; e non si capisce più per quale ragione l’artista musico dovrebbe essere assorbito soltanto dall’intuizione mitica che viene espressa nella forma della tragedia, e non potrebbe essere conquiso dall’intuizione estradivina o umana o, per dirla nietzschianamente, «laica», che si esprime nella forma del cosi detto melodramma. O dèi e angeli e demonii, o pastori e pastorelle, o re e tegine e cavalieri, o cortigiane e giovinastri, tanto nella cosi detta tragedia quanto nel cosi detto melodramma, tutti costoro appartengono egualmente, con pari diritti, allo stesso unico e solo mondo, al mondo della fantasia. La musica «sacra» di Pergolese, di Cimarosa, di Haydn e via dicendo è musica, e la loro musica «profana» non è musica? Musico è solo Wagner; e Paisiello, Rossini, Bellini, Donizetti, non sono musici nati? Il mito, l’«universale fantastico», è un prodotto della fantasia, come la poesia, come la musica, come le cosi dette «arti figurative», nulla più. La teoria schopenhaueriana manca di base e va in fascio: rimane solamente questo, che nessun’altra arte pareggia l’efficienza immediata sullo spirito, l’efficacia universale della musica. Ma questo è un dato di fatto: è cosi perché è cosi, ecco tutto; e il costruirvi su un arzigogolo dottrinale che presuma d’indagarne la risposta cagione e darne una spiegazione scientifica, approda a uno dei soliti rompicapi,