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xlii prefazione del traduttore


descrittiva verbale, sia per mezzo della determinazione materiale, si oggettivano in una individuazione limitata e circoscritta, invece la musica parla un linguaggio universale, con cui si esprime non questo o quel sentimento, questa o quella figurazione, questa o quella allegoria, questo o quel simbolo, questa o quell’immagine, sibbene tutti i sentimenti e figurazioni e allegorie e simboli e immagini possibili. Quando l’armonia prorompe, la fantasia è in grado di evocare e contemplare con inestinguibile desiderio qualunque forma del mondo fenomenico, naturale e umano, e del mondo estrafenomenico, sovrannaturale e sovrumano: un soave amore, come una contesa sanguinosa, un paesaggio idilliaco, come’ un tartaro, un uragano, come un eliso, un coro di angeli, come una ridda di demonii. Cosicché tanto la musica, che accoglie e supera insieme ogni rappresentazione e individuazione, quanto il mondo fenomenico o natura che abnega l’individuo nell’atto stesso di crearlo, sono ambedue l’espressione diversa, si, ma congeniale dell’unica Volontà ( la quale nella sua inappagabile brama di esistenza si eterna oltre il tempo e lo spazio trascendendo tutte le proprie oggettivazioni. Dov’è, dunque, l’errore fondamentale, per cui lo Schopenhauer ha creduto che la musica non fosse un linguaggio della fantasia, fosse il linguaggio della Volontà? Dopo quanto si è detto, l’errore risulta evidente: è un errore, per cosi dire, di ottica interna: non è vero affatto, che nel momento della creazione