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xxxix prefazione del traduttore


stinguibilmente di vita, di esistenza, ossia di bellezza, il quale atterra e suscita il mondo naturale e umano, lo affanna e consola, inesaustamente atterrandosi e suscitandosi, affannandosi e consolandosi. Qual’è, quindi, la tremenda verità della realtà, la conoscenza tragica, tutta la scienza? La scienza verace, non quella illusoria e ottimistica inventata da Socrate e imperante da allora in poi? È, che l’esistenza è una non-esistenza, una falsa esistenza che esiste unicamente per essere estinta; che la vita è una vita che vive unicamente per morire: l’unico scopo per cui è creata la vita è quello di rendere possibile la morte. Il supremo diletto estetico del Wille consiste appunto nel sapere, che la vita corre alla morte e che, ciò nonostante, continua a sussistere, perché deve ritornare a vivere al fine espresso di tornare a morire. Oh, che bella cosa! Già, tant’è: e se la cosa sta cosi, se tutto il gioco estetico del Wille, del dio primigenio, non è altro che questo, dunque l’uomo ha a sua portata il modo di adeguarsi all’essenza del dio, di pareggiare dio; e cotesto modo è di affermare con tutte le sue forze e potenze la vita come fenomeno artistico, goderla a fondo come arte e bellezza, giacché nel felice istante della creazione artistica, nell’istante dell’angoscia e della gioia sovrumane, in quell’istante che trascende il tempo e lo spazio e la causalità, il genio estetico dell’uomo si ricongiunge e fonde col genio estetico dell’Uno primigenio, del dio, del Wille creatore.