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wagner e schopenhauer 137


del fenomeno, sibbene è il riflesso immediato della stessa volontà, e dunque rappresenta in tutta l’apparenza fisica del mondo l’essenza metafisica, tra tutti i fenomeni la cosa in sé (Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, § 310). Su questa nozione, la più importante di tutta l’estetica, e che anzi è quella con cui l’estetica, presa in un senso più serio e filosofico, ha il suo vero inizio, Riccardo Wagner, in corroborazione della sua eterna verità, ha impresso il proprio suggello, quando nel «Beethoven» ha stabilito, che bisogna giudicare la musica sefcondo principii estetici affatto diversi da quelli di tutte le arti figurative, e in generale non bisogna giudicarla secondo le categorie della bellezza; quantunque un’estetica errata, al servigio di un’arte traviata e degenere, partendo da quell’idea della bellezza per sé stessa, valida pel modo figurativo, si sia abituata a pretendere dalla musica un elfetto simile a quello nascente dalle opere dell’arte figurativa, vale a dire la suscitazione del piacere per le belle forme. Spinto dalla conoscenza di quell’enorme contrasto, io mi sentii fortemente costretto ad appressarmi all’essenza della tragedia greca e quindi alla più profonda rivelazione del genio ellenico; ché solo cosi credei d’impadronirmi del filtro incantato, che mi desse la virtù di rappresentarmi vivo e concreto davanti all’anima il problema originario della tragedia, passando sulla fraseologia della nostra estetica usuale; filtro, che mi permise di contemplare il mondo