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112 capitolo dodicesimo


nità, che doveva adeguatamente garantire al pubblico lo svolgimento della tragedia e cancellare ogni dubbio sulla realtà del mito; che è in sostanza lo stesso modo come Descartes s’indusse a dimostrare la realtà del mondo empirico: apollandosi alla veracità di Dio e alla sua incapacità di mentire. Di cotesta veracità divina Euripide si serve un’altra volta sulla fine del dramma, per rassicurare completamente il pubblico sull’avvenire dei suoi eroi: tale è il cómpito del famoso deus ex machina. L’azione drammatico-lirica, il vero e proprio «dramma» decorre tra il prologo e l’epilogo epici.

Talché Euripide come poeta è soprattutto l’eco delle sue conoscenze ben meditate; e questo appunto gli assicura un posto cosi memorando nella storia dell’arte greca. Quanto alla natura critico-produttiva della sua composizione, dovè spesso venirgli in mente se non gli conveniva render valida anche pel dramma la protasi di quell’opera di Anassagora, le cui prime parole dicono: «in principio tutto era commisto; poi venne l’intelletto e creò l’ordine». E se Anassagora col suo «noo» parve tra i filosofi come il primo uomo in senno in mezzo a ebbri spacciati, anche Euripide dovè intendere nella medesima conformità la sua posizione rispetto agli altri poeti della tragedia. Fintanto che l’unico ordinatore e dispositore del tutto, il noo, era ancora escluso dalla creazione artistica, tutto permaneva intrugliato in un poltricchio caotico primordiale: cosi Euripide ebbe a giudicare; cosi, da primo «uomo in