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tegoria di massaie turbolente e brontolone che si ritengono indispensabili quasi come la presenza di Dio. Durante tutto il desinare faceva la spola fra il tinello e la cucina, trovando sempre qualche cosa da rimproverare alla servetta, accusando Remo, sopportando male Romolo. Vedova di un terzo fratello morto povero, essendo ella stessa di umile condizione, viveva in quella casa per affetto dei cognati, ma senza che ciò la arrestasse menomamente nel suo dispotismo meschino di femminuccia il quale riusciva talvolta a soverchiare il dispotismo più virile e più alto di Romolo. Mulier subjecta viro, diceva Remo nelle ore di bonaccia, e commentava con una certa arguzia ingenua: «Il che tradotto significa La donna comanda e l’uomo ubbidisce».

Se poi la servetta che aveva dodici anni, la testa più spettinata e la lingua più volubile di tutto il circondario, si lagnava qualche volta della brutalità della padrona, Remo accarezzandola e sorridendo le parlava di pazienza, di docilità; ed era egli stesso così paziente che l’esortazione sembrava naturale, onde erano per ciò amicissimi.

— Sei stata di sopra? — le mormorò piano in un orecchio, intanto che dietro comando di Rosalba ella levava le scodelle della zuppa.

— Non ho potuto — rispose lesta la servetta.