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nandosi dalla villa, visitando i piccoli paesi dei dintorni, facendo qualche ascensione «per portare in alto il loro amore», diceva Lilia. E sulla montagna come sul lago procedevano immemori dell’universo, in una spensieratezza divina, in un oblìo confinante con l’estasi del nirvana. Solo qualche forosetta che guidava le mucche ai pascoli o che portava latte ai villaggi fermandosi a guardarli curiosamente li riconduceva alla realtà dell’esistenza.

— Povere ragazze! — disse una volta Lilia.

— Perchè le compiangi? Se hanno anch’esse il loro innamorato saranno felici al pari di noi.

Lilia non rispose. I loro pensieri in quel momento erano troppo lontani. A che discutere quando è il tempo dei baci?

Un’altra volta attraversando un piccolo paese incontrarono un corteo nuziale che entrava nella chiesa. La sposa davanti, colle donne, era bellina e, caso raro ormai, portava ancora la raggiera d’argento all’antica usanza brianzuola.

— Entriamo a vedere? — disse Ippolito.

— Che mai? — obbiettò Lilia con visibile repulsione: — Ci faremo pigiare per nulla.

Più tardi essendosi seduti a riposare in un prato, mentre Lilia tagliava l’aria con una verghetta di nòcciolo, Ippolito si pose ad ascoltare con attenzione il suono delle campane che annunciavano la fine della cerimonia. Lilia si