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non tanto per sè quanto per Romolo, che non poteva soffrire la mancanza di puntualità all’ora del desinare. E la strada da percorrere era lunga!

Per essere più pronto si portò sulla soglia del caffè, tenendo le pupille rivolte all’Arco dal quale Ippolito doveva rientrare in città. Così passò un’altra mezz’ora.

— Non capisco, — ruminava il buon uomo, le cui idee erano sempre molto semplici: — alla stazione ci si va in meno di dieci minuti. Il tempo di dire all’amico: «Addio, buon viaggio; zio Remo mi aspetta»: ed ecco fatto. Non vorrei gli fosse capitata una disgrazia....

Nello stesso tempo che il suo placido viso stava per rannuvolarsi, un signore entrando nel caffè gli battè amichevolmente sulla spalla chiamandolo a nome.

— Che miracolo al Centrale!

— Un miracolo davvero, — rispose Remo, riconoscendo un vecchio amico che non vedeva quasi mai per la differenza delle loro condizioni, della vita, delle consuetudini che li tenevano lontani.

— Esci o entri?

— Aspetto qualcuno... Ippolito... mio nipote.

— E non puoi aspettare dentro, dove si sta meglio, con questo caldo?

— Gli è che...