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Pagina:Neera - Una giovinezza del secolo XIX.djvu/186

160 Una giovinezza del secolo XIX


visto cadere, un’ora, due ore, tante ore di seguito, da quella sedia dove avevo sempre freddo. La stufa era accesa, portavo due paia di guanti, i piedi ravvolti in una sciarpa di lana, ma avevo freddo, sempre freddo, incommensurabilmente freddo. E l’anima ardente volava!... Aveva ragione la zia Margherita.

Quando qualcuno vuol sapere gli studi preparatori che feci per scrivere la trentina di volumi da me pubblicati, rispondo: calze e camicie, camicie e calze. Questa vita sedentaria e rinchiusa non favoriva certo il mio sviluppo fisico; lo peggiorava la mia repulsione per qualsiasi esercizio dei muscoli, fosse pure scopare una stanza o saltare una sbarra; anche la passeggiata domenicale, la sola in tutta la settimana, mi riusciva di peso; se si aggiunge che parlavo pochissimo, è presto concluso che la mia esistenza si riassumeva nel pensiero e nessun igienista ha mai detto che sia questo la cura di una fanciulla sul crescere. Certe ore del giorno e dell’anno le ricordo anche oggi con un brivido. In febbraio, passato S. Antonio, nel qual tempo al dire delle mie zie, il giorno si allunga di un’ora, non si accendeva la lucerna a pranzo e dopo pranzo non la si accendeva ancora perchè, dicevano le zie, non era necessario vederci.