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Pagina:Neera - Una giovinezza del secolo XIX.djvu/104

80 Una giovinezza del secolo XIX

culminante di dimostrare il vizio punito e la virtù ricompensata. Navigavo in quell’oceano beato della concezione spirituale, dando ascolto al canto che mi inviavano le sirene dell’immaginazione, quando udii pronunciare il mio nome dalla voce ben nota della direttrice e questa domanda attraversarmi le orecchie come un dardo, che entrando dall’una fosse uscito dall’altra sibilando: Che cosa scrivi? La mia timidezza non seppe suggerirmi altro che un silenzio assoluto e non so in qual modo la faccenda sarebbe andata a finire se, pari ad un fluido elettrico, improvvisamente dischiuso un sorrisetto di intesa non fosse passato tra le mie compagne e qualcuna mormorò: È l’Addio, è l’Addio. La direttrice comprese e si degnò di sorridere anch’essa con sussiego e approvazione, ma la risata più schietta fu la mia, quantunque interna e mascherata dalla fronte china sulla penna a terminare le avventure di Osvaldo e Berenice. "Domani a quest’ora, pensavo, non ci sono più e allora addio scuola per davvero".

Fra le mie condiscepole c’era una trentina, emula mia nei successi letterari e questo fatto, lungi dal creare fra noi una incresciosa rivalità a base di invidia, ci unì in una buona e sincera amicizia, continuata anche dopo scuola per molti