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ne ricevette un’impressione buona, e si sentì consolata. Bella non le sembrava di essere, ma brutta, brutta come le Portalupi, nemmeno.

Cercò un momento una parola, una parola che lei conosceva, che le sembrava applicabile alla propria fisionomia, ma non la trovò subito.

Decise allora di vestirsi e lo fece con una accuratezza insolita, stringendo il busto, osservando bene se i capelli si dividevano eguali da una parte come dall’altra.

— Incomincio a stimarmi anch’io! disse così, sorridendo a sè stessa nello specchio, per l’idea buffa ch’ella potesse stimarsi e restò immobile, colpita dallo scintillio che vide davanti a sè su quelle labbra rosse, tumide, su quei denti di una candidezza abbagliante. Tornò a sorridere. Che cosa bizzarra! — tutto il suo viso cambiava. Faceva dunque quell’effetto lì, lei, quando rideva?

E si sentì invasa da una allegria curiosissima; continuava a ridere, saltellando per la camera, con una voglia di cantare, di ballare, di abbracciare qualcuno.

Ad un tratto si fermò dandosi della scioccherella.

Scese nel cortile, grave, composta, prendendo delle arie da signorina, guardando benignamente il bracco che sonnecchiava lungo disteso nel canile: fece qualche passo nel giardino, chinandosi per fiutare i rosai, seria, come persona che se ne intende.