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Un sentimento incompleto, indeterminato ma nuovo, si impadroní di Teresina; una specie di mortificazione e di dispiacere.

Tutti quei giornali, tutte quelle lettere portavano a chi erano destinati un mondo di sensazioni.

Nella borsetta nera del procaccio c’erano gioie, dolori, speranze, ebbrezze, promesse, curiosità, fantasia, affetti — tutto l’ignoto, il desiderato, quello che la fanciulla non sapeva. C’era la vita lontana, i fili simpatici che uniscono gli assenti, il principio di storie future, l’ultima parola di cento storie passate. In quella borsetta volgare che un indifferente portava in giro di porta in porta, mille cuori sussultavano; mille interessi si incrociavano; affari e passioni, arte e fame, nobili sacrifici, raffinate vendette, viltà ignobili, santi eroismi.

Ogni segreto della vita era là. Teresina non disse tutto ciò a se stessa, ma lo pensò vagamente con un recondito senso di invidia, con una avidità ignota che sorgeva in quell’istante dentro a lei,