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un misero casolare, dal quale erano fuggiti tutti, resi pazzi e crudeli dal terrore.

— Ma e lei, caro Orlandi, — interrogò il sindaco, facendosi avanti — ha la sua vita in così poco conto da esporla sul fiume con una notte simile?

— Non aveva tempo di pensarci, le assicuro — rispose Orlandi, scuotendo la testa altera e sorridendo, cosí che nella penombra si poté vedere, come un lampo, la bianchezza dei denti sotto i piccoli baffi neri.

— Sono tre giorni che giro, portando soccorsi che molte volte arrivavano come quelli di Pisa. Non importa, si fa quello che si può. Mi trovavo laggiù, nei boschi dell’Arese, quando il fiume ha rotto l’argine, e non ci fu piú scampo. Ho preso questa barca, vi ho cacciato il bambino, e mi ci sono messo anch’io, in mano di Dio o del diavolo!

— Non bestemmi, — osò dirgli la donna che aveva preso il fanciullo — l’ha campata bella e deve proprio ringraziare la provvidenza...

Orlandi non badava piú a nessuno, intento a guardare i lavori di arginatura e i guasti terribili della piena.

— Pare che non cresca altro, per questa notte.

— Se Dio vuole!

I gruppi cominciarono a diradare; le donne, i vecchi si persuasero a tornare alle loro case; il signor Caccia s’avviò trascinandosi dietro il dottore.