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Divina gioventù. 69


modo più semplice e più atto a nascondere la povertà delle quattro pareti.

Non aveva l’apparenza di una casa ma di un nido e se mai gente umana potesse abitarvi, dovevano essere Filemone e Bauci. Tale almeno fu l’impressione che io ne ricevetti.

La comunicai, come sempre, ad Oreste che scosse il capo in aria di compassione.

Voleva dire senza dubbio: sei un povero di spirito; ma non lo disse e si arrampicò invece coll’agilità di un gatto sul davanzale di una delle finestre.

— Bada quel che fai! — gli dissi piano.

Egli non mi ascoltava.

Scorgeva certo delle cose molto straordinarie perchè il suo volto immobile dietro le foglie esprimeva un’attenzione intensa, ostinata.

Gli domandai che cosa vedeva. Mi rispose ponendo l’indice in croce sulla bocca e tornando a cacciare la testa più che poteva frammezzo i rami di caprifoglio.

Non mi restava altro partito che quello di raggiungerlo sulla sua specola improvvisata e provvisoria; ma appena toccai il davanzale della finestra un ooh! strappato dalla meraviglia alle mie labbra ingenue mi valse un pizzicotto di Oreste che mormorò fra i denti:

— Taci, bestia!

Perorazione succinta e poco accademica, della quale tuttavia riconobbi l’opportunità in quel momento.

Mi stava davanti la scena più inaspettata, più bizzarra, più inesplicabile.

Figuratevi che l’interno di quella rustica capanna