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162 Novelle gaje.


Il sole — un pallido sole di febbraio — aveva già baciato le onde azzurrine dove Lindau si bagna, vaga nereide del lago di Costanza; il borgomastro e la sua fida consorte dormivano della grossa.

Nel salotto riscaldato dall’enorme stufa di terracotta e dove si schieravano in bell’ordine i seggioloni coperti di cuoio a grosse borchie lucenti, Elisabet stendeva la tovaglia sul nero e massiccio tavolo di quercia, intorno al quale si erano allargate le pancie di ben quattro generazioni di Goldbacher.

La ragazza sembrava molto mesta.

Sotto le palpebre che ombreggiavano i suoi quieti occhi, sfuggiva tratto tratto una lagrimuccia che non arrivava a cadere perchè le guancie pienotte la raccoglievano e vi si stemperava sopra, luccicando, come una pioggia lieve sulle foglie di una rosa.

Ora guardava i tetti grigi e acuminati delle case vicine, ora un giacinto che faceva capolino da una bottiglia tra i doppi vetri della finestra; ma più spesso un posto vacante alla gran tavola di quercia, un posto dove ella avrebbe messo volontieri la posata, ma che l’ordine formale di Joseph Goldbacher doveva lasciare vuoto.

A un tratto, nello specchietto che appeso fuori della finestra secondo l’uso di Germania, rifletteva la porta della casa e con essa le persone che entravano o che uscivano, Elisabet vide disegnarsi la snella figura di un giovinetto e arrossendo tutta per improvvisa emozione si slanciò nell’erker, balconcino coperto di vetri dal quale si domina tutta la contrada.

Il giovinetto sollevò la testa, la vide e le fece un