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odoroso, evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un zaffiro, una perla nera e un dente — un piccolissimo dente di bimbo, bianco e lucente come un’opale. Marta, che era allora una fanciullina, non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!

Poveretta! ripeteva Marta a vent’anni di distanza. Non sapeva nulla della sua vita e de’ suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest’ora!