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or all’uno or all’altro dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo inutilmente: «È troppo presto, è troppo presto.» Il diapason scottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.

Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande, dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo, con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate dall’animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano, con attitudine civettuola e provocatrice.

Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno, trovandosi sempre più iso-