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la signora geoffrin 171


d’altri, concludendo che era solo l’amica dei fortunati. Non mi par giusto.

I denari che ella stessa portava nelle soffitte non erano certo dati ai favoriti della fortuna, e se è anche vero che dinanzi ad alcune miserie irrimediabili si ritraesse, poiché la vediamo correre in cerca di nuove miserie e prodigare nuove generosità, non dobbiamo arrestarci alla esiguità del fatto, ma riflettere che ella era anzitutto un temperamento d’azione, insofferente di sentimentalismi platonici. Soldato più che sacerdote della carità, può darsi che in qualche caso ella abbia abbandonalo il morente al suo destino per correre in aiuto di chi aveva ancora un filo di vita. Oseremo biasimarla, noi, disillusi oramai dalla rettorica parolaia che semina per lo meno tanto male quanto dice di fare del bene? Anche l’accusa di dispotismo fattale dai suoi migliori amici si risolve in quella imperiosità di bene che fu la sua maggiore caratteristica e che non riesce a renderla antipatica. Sia che sgridasse Fontenelle o Walpole, Marmontel o Burigny, Suard, Morellet o Diderot — tutti passati sotto la sferza tirannica ed affettuosa del suo dominio —