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alle rughe degli alberi intristiti, alle pietre nere ròse dalle acque, tacitamente coperte di muffa. Il gaio sole battendo sui ruderi di se¬dili abbandonati, di muriccioli cadenti intorno ai quali ramificava ancora per lunga abitudine un brullo avanzo d’edera o di glicine, infondeva un momentaneo calore alle membra assiderate e con esso sembravano risorgere dall’oblio degli anni vecchie storie che le foglie timidamente rinascenti sui tronchi decrepiti si confidavano a bassa voce.

Aveva ragione Guido Pesaro; quella parte di Milano sopravissuta a tanto mutare d’uomini e di vicende conserva una sua poesia par¬ticolare della quale forse per la prima volta Filippo Cònsolo subiva il fascino.

Di fianco al canale la fila delle case vecchie anch’esse, curiose, originali, varie, irregolari, con qualche balcone in ferro battuto, col calore intimo delle molteplici generazioni che vi si erano succedute, qualcuna signorile, qualche altra modesta, tutte parlanti una loro voce propria, ripetevano l’eco profonda delle cose vissute. Di fronte alla balaustra barocca del giardino Visconti la casa dove nacque Ales¬sandro Manzoni, semplice,