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Ma le parole del dottore gli rombavano nella mente. Andare, andar là, piombare come la folgore, distruggere quelli che avevano distrutto la sua vita.

— ... No, Costantino, essa non è felice, — ricominciò Isidoro, quando si misero a mangiare le salsiccie ed il pane bianco che la vicina aveva mandato in regalo. — Essa non è felice, io non l’ho guardata più in faccia; e quando la vedo provo una cosa strana, come quando si vede il diavolo. Eppure, vedi, io ho compassione di lei. Essa ha una figliuola che, mi dicono, rassomiglia ad una fava fresca, tanto è sottile e verde. Come possono esser belli i figli del peccato mortale? E la bambina è stata battezzata come una bastarda: il prete non l’accompagnò a casa, la gente sogghignava per la strada.

— Ah, ricordate il mio bambino? — domandò Costantino mentre tagliava il lardo giallognolo: — Lui, no, non sembrava una fava. Ah, se fosse vissuto!

— È meglio che sia morto, — cominciò a filosofare il pescatore. — La vita è piena di miserie. Meglio morire innocenti, andare, volare lassù, al di là del cielo azzurro, nel paradiso disteso al di sopra delle nuvole, di sopra del vento, di sopra di tutte le disgrazie umane. Bevi, Costantino, — disse poi; — questo vino non è buono, ma non è ancora aceto. Ecco, mi ricordo, l’anno scorso, il giorno dell’Assunzione, Giacobbe Dejas mi invitò a pranzo da lui. Egli aveva paura di me; credeva che io sapessi...