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peva perchè, ma il suo buon umore di poco prima era scomparso.

— Dopo vi condurrò a vedere il mio palazzo: fra giorni sarà finito e se volessi affittarlo avrei già gli inquilini. Ma io non l’affitto. No: andrò ad abitarlo io.

— Tu lascerai il servizio, dunque?

— Io lascerò il servizio, sì. Fra poco. Ho lavorato abbastanza. Sono quarant’anni che lavoro, sapete? Sì, quarant’anni. Nessuno dirà che ho rubato i denari coi quali vivrò la vecchiaia.

— Tu ti ammoglierai?

— Poh, chi mi vuole? Io stesso sputerei in faccia la donna giovine che mi accettasse. E vecchie non ne voglio, no. Bevete, Isidoro Pane.

— Tu mi farai ubriacare! Ebbene, sì, è festa. Alla salute degli sposi.

— Di quali sposi?

— Di Giacobbe Dejas e di Bachisia Era! — disse il pescatore, che diventava allegro.

Giacobbe fece atto di gettarglisi sopra.

— Io vi accoppo! — gridò, con gli occhietti verdi d’ira.

— Ah! Ah! Ah! Assassino!

— Silenzio, sss... non son cose da dirsi, — disse zia Anna-Rosa.

Giacobbe bevette uno dopo l’altro due bicchieri di vino e cominciò a ridere un po’ forzatamente, guardando la sorella e il pescatore.

— Ecco, maritatevi voi due! Isidoro Pane,