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giorno, apparve Brontu sul suo cavallo; entrambi, cavallo e cavaliere, neri, fumanti, lenti, come gonfiati e resi pesanti dell’acqua che li inzuppava.

Le due donne uscirono sullo spiazzo, dando in esclamazioni di dolore, ma di un dolore forse un po’ ironico. L’uomo, però, non parve badare a loro.

— Diavolo, diavolo, — mormorava. Trasse il piede dalla staffa, lo sollevò. — Diavolo, diavolo, al diavolo chi ti ha cotto... — E fu giù di sella, — tutto bagnato. — Ecco, arrangiatevi, — disse irosamente, avviandosi alla cucina. Le due donne dovettero scaricare il cavallo, poi Giovanna rientrò e subito Bronlu chiese da bere, per asciugarsi.

— Cambiati, — ella disse.

Ma egli non voleva mutarsi le vesti; voleva soltanto bere per asciugarsi; e si arrabbiò perchè Giovanna insisteva. Poi finì col fare tutto ciò che essa volle; si cambiò, non bevette, e in attesa della cena si asciugò accuratamente i capelli con uno straccio e li pettinò.

— Che acqua, che acqua! — ripeteva. — Un mare addirittura. Ah, questa volta mi ha ben rammollito la crosta. (Fece una risatina.) Come va, Giovanna? Va bene, eh? Tanti saluti da Giacobbe Dejas. Egli ti può vedere come il fumo negli occhi.

— Tu dovresti frenargli la lingua, — disse zia Martina — Così tu sii buono a mangiare

Deledda. Naufraghi in porto. 11