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non arriva questa benedetta legge. Allora sarai tu la padrona...

Giovanna tremò di spasimo, si raddolcì, le vennero le lagrime agli occhi.

— Egli non è cattivo, — disse, — ma si ubriaca sempre, puzza d’acquavite come un lambicco, e mi rivolta lo stomaco. E poi si arrabbia senza ragione. Ah, è schifoso, è veramente schifoso. Ebbene, sì, era meglio.... ah, era....

— Ebbene, cosa era meglio? — gridò fieramente zia Bachisia.

— Niente.

Sempre così. Giovanna ricordava Costantino, così buono, bello, pulito e gentile, e rimpiangeva il passato. Una tristezza profonda, più amara della morte, le avvolgeva l’anima: e il pensiero della maternità non leniva, anzi accresceva mostruosamente il suo dolore.

La sera calava, grave e grigia; il cielo pareva una vòlta di granito; non un filo di vento interrompeva la quiete afosa.

Giovanna andò a sedersi sulle pietre sotto il mandorlo immobile, e la madre le si mise accanto; per un po’ tacquero, poi la giovine disse, come proseguendo un discorso:

— Sì, certo, come nei primi tempi della condanna. Come allora io sogno ogni notte il suo ritorno e, cosa curiosa, non ho mai paura, sebbene Giacobbe Dejas dica che se Costantino ritorna mi ammazza o mi fa mettere in carcere assieme con Brontu. Non so, il cuore mi dice ch’egli tornerà davvero; prima non ci credevo,