Pagina:Naufraghi in porto.djvu/113


— 107 —

fra di sè lodando la sua opera, della gazza che dimagriva e perdeva le piume per vecchiaia.

Pettegolezzi, odii, rancori, amori, vigliaccherie, stringevano, univano, spingevano i condannati: Costantino rimaneva insensibile a tutto. Lui, lo studente e il Delegato, parevano vivere in disparte degli altri, avvicinandosi solo all’ex maresciallo, che era il pernio di quasi tutti gli avvenimenti segreti del penitenziario, e che rimaneva superiore a tutti, indispensabile a tutti.

Molti invidiavano la famigliarità che egli concedeva a Costantino, e pregavano il giovine condannato d’interporsi presso il re di picche per certi favori: gli offrirono anche denaro ed egli fu tentato di prenderlo, vinto dalla smania angosciosa di sovvenire Giovanna il più che potesse: non pensava ad altro.

Il re di picche, con le sue continue insinuazioni, pungenti come spilli, gli diventava sempre più odioso: un giorno litigarono sul serio, e per qualche tempo non si scambiarono il saluto. Ma Costantino si sentiva soffocare; gli pareva di essere in cella, diviso per sempre dal mondo esteriore: e fu il primo ad umiliarsi, a chiedere pace.

L’autunno s’inoltrava; l’aria s’era rinfrescata, il cielo sembrava di velluto azzurro, tenero, lontano, dolce come un sogno. A volte il vento recava un profumo di frutta mature.

Costantino si sentiva meno oppresso, ma pieno di melanconia; cominciava a diventar anemico perchè si privava di tutto per mandare i denari