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60 benito mussolini

Cader prigionieri in mano agli austriaci: ecco un’eventualità che spaventa i miei commilitoni.

— Piuttosto morire! — dicono tutti.

Questo spiega il numero esiguo di prigionieri italiani fatti dall’esercito austriaco. Quelli del nostro reggimento non arrivano alle decina e sono stati sempre colti di sorpresa.

Qui, nessuno dice: «Torno al mio paese!». Si dice: «Tornare in Italia». L’Italia appare così, forse per la prima volta, nella coscienza di tanti suoi figli, come una realtà una e vivente, come la Patria comune, insomma.


17 Ottobre.


Domenica. La mattinata si annuncia calma. C’è in alto un sole meraviglioso. Ma, improvvisamente, verso le nove, un proiettile da 280 austriaco, passa sulle nostre teste, col suo sibilo feroce. Scoppia lontano, giù, verso lo Slatenik. Di lì a poco, un secondo colpo, accorciato. Un terzo, 200 metri più giù dal posto che occupiamo. Un quarto, dietro a noi. Gli austriaci tirano a caso. Battono la zona. «Tiro di sfottimento» come lo chiamiamo noi. Ecco il sibilo del sesto colpo. Lo sento sopra di me. Vicino, vicino, vicino, a sessanta centimetri