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il mio diario di guerra 59


ra, dei marchigiani di Ancona, Ascoìi-Piceno, Pesaro, degli emiliani di Ferrara, dei lombardi di Milano, Brescia, Cremona, Bergamo, Lecco. Sondrio, Mantova; dei veneti di tutte le provincie, ad eccezione di Udine e Belluno.

In guerra, si disprezza il denaro. Chi ne ha, lo manda a casa. Non si sa nemmeno come spendere la cinquina. C’è il vivandiere, ma sta molto lontano e non ha che delle scatole di sardine. Giunge di notte e di giorno se ne va. Il valentuomo ha paura delle granate e degli shrapnels. Se io fossi nel colonnello, lo costringerei a rimanere — con noi — in prima linea.


16 Ottobre.


Notte eccezionalmente calma. Anche la vedetta austriaca ha riposato. Niente ta-pum. Stamani, sole. Passano sulle nostre teste — in alto, molto in alto — dei proiettili d’artiglieria, ma non si capisce di dove vengano, nè dove siano diretti. Il tenente Morrigoni, di complemento, mi annuncia la sua promozione a capitano, di complemento. Lascierà la compagnia. Il tenente Fanelli se ne va all’infermeria. Ha i piedi rovinati dal freddo e dall’umidità. Due feriti di pallottole. Distribuzione di cioccolato, mandato da un ignoto amico.

— C’è qualcuno che si ricorda di noi! —

La Libera Stampa di Locarno mi giunge con un articolo dedicato alla memoria di Giulio Barai, caduto sul campo di battaglia. Povero ed eroico amico! I superstiti, fra noi, ti ricorderanno sempre!