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pagnato dal Dr. Piccagnoni, direttore dell’Ospedaletto da campo ove era stato ricoverato appena fu ferito, giunse a Milano, accolto con vivissime attestazioni di affetto da parte dei Redattori del Popolo d’Italia e di molti amici che ne attendevano ansiosi l’arrivo.

Con grandi precauzioni fu tolto dal tettuccio del treno, e trasportato all’Ospedale territoriale della Croce Rossa di via Arena, ove fu ricevuto dal capitano dott. Ambrogio Binda, legato a Mussolini da vincoli di fraterna amicizia.


Il Dott. Binda così parla del periodo in cui ebbe in cura il ferito.

Lasciando il campo, Mussolini mi scriveva: «Sono stanco, ho bisogno di riposo. Trovami un letto nel tuo ospedale».

Ed entrò nel mio reparto la mattina del 2 aprile.

Mussolini era enormemente deperito, fortemente anemizzato e febbricitante.

Venne ricoveralo in una modesta stanzetta al secondo piano. Doveva sottostare, prima quotidianamente, poi a giorni alterni, a lunghe e dolorose medicazioni, che egli sopportò con uno stoicismo ed una forza d’animo impressionanti anche per noi, rotti a tutti gli orrori delle ferite prodotte dalle armi moderne.

Non volle mai la narcosi, neppure quando si trattò di operazioni necessarie complementari.

Era soprattutto la ferita alla gamba destra, che per la scopertura dei tendini e dei nervi rendeva spasimante la medicazione.