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il mio diario di guerra 1651

reno è lacerato. Trincee sconvolte. Casupole rovinate, alberi divelti. Nulla è in piedi. La guerra è passata qui, col suo terribile rullo compressore. Negli angoli, croci solitarie e collettive. E’ il crepuscolo. Mi volto, per guardare la pianura dell’Isonzo. Laggiù, è una striscia di mare.

Doberdò è un nome. Del villaggio non restano che mucchi di macerie. Passiamo vicino ai due laghi o, meglio, due grossi stagni morti. Alcune voci: è la nostra quota. Tumulto di voci. Un camion è fermo: ha portato l’acqua. Trovo i bersaglieri della mia compagnia. Affettuosissime strette di mano. Mi attendevano.

— Si parlava proprio di voi, in questo momento — mi dice un bersagliere amico, di Vernole, provincia di Lecce. Ricordo che egli mi volle portare lo zaino da Quel Taront a Minigos. Non dimenticherò tale atto di affettuosa simpatia da parte di questo umile contadino pugliese.

Salgo ai nostri baraccamenti o ricoveri. «Prendo posizione» nel baracchino del sergente.

Sera di stelle e di luna. Mi presento al colonnello, che si trova in primissima linea.

Nella nostra compagnia ci sono stati quattro feriti da scoppio di granata. Uno dei carabinieri addetti al Comando del reggimento è morto, l’altro ferito.

Il «morale» dei bersaglieri mi sembra elevato, certamente superiore a quello della zona Gamica.

— Abbiamo tanti cannoni! Avanzare sarà facile! — Un senso di fiducia è diffuso in tutti. Andremo