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106 benito mussolini

21 Febbraio.


Notte di vento violentissimo e gelato. Veniva dal Monte Nero. La tela della nostra fragile baracca si gonfiava, mentre le traverse di legno stridevano e pareva dovessero rompersi da un momento all’altro. Pigiati gli uni su gli altri. Per muoversi dal fondo della baracca alla porta, si cammina sui compagni, colle ginocchia e le mani a guisa di quadrupedi. Nessuno ha chiuso occhio. Alle quattro, sono stato chiamato per la corvée dei viveri, che bisogna andare a prendere dove si fermano i muli, nella posizione dove si trova il Comando di Brigata. Anche nel Rombon i nostri morti sono disseminati qua e là, dove è stato possibile di seppellirli. Sette croci allineate sorgono vicino al Comando di Brigata; due più in alto; qualche altra nei pressi della mulattiera. Mattino di calma. Il tenente Rapetti mi narra un episodio che dimostra quanto giovi ad incuorare i soldati, l’esempio degli ufficiali.

— Il 12° bersaglieri — mi dice Rapetti — era a quota 1270, alle falde del Monte Nero. La nostra trincea veniva battuta da parecchie ore da un violento fuoco di artiglieria. Il sergente Brenna aveva avuto un momento di panico. Piuttosto che rimproverarlo, io mi misi in piedi sulla trincea, mentre granate e shrapnels fischiavano da ogni parte. Il gesto mio, temerario, incuorò i bersaglieri, più di qualunque punizione od eccitamento. Quando, di lì a poco tornai, trovai il sergente Brenna-, che, impassibile e fresco tra l’infuriare dei proiettili ne-