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rebbe opera non inutile, chi prendesse a stamparlo intero. Molti sono gli scritti storico-politici del secolo XVII, che ci rimangono; essi pubblicati darebbero gran lume a chi volesse delineare le vicende e passioni, che agitavano la Repubblica in quella epoca assai burrascosa, ma nessuno meglio di questo ne ritrae i caratteri ed i costumi.

Gian Andrea Spinola, come dissi, era figliuolo di Gian Stefano, e trovo nel libro d’oro che vi era stato ascritto il 14 dicembre 1647, quando contava già ventidue anni.

Gian Francesco figlio di Scipione, scrisse poesie per due incoronazioni di dogi. Di Leonardo varie ne sono nella Scelta di rime degli eredi Bartoli già ricordata. Quelle di Paolo Agostino leggonsi nella raccolta di Ansaldo Cebà stampata dal Zanetti in Roma nel 1621. Il Soprani narra che a’ suoi tempi serbavasi nella biblioteca del principe Doria un poema manoscritto in verso eroico di Tobia Spinola sulle imprese del grande Andrea. Di Tommaso del ramo degli Spinola detti Marmi, abbiamo Anatomia: dell’invidia, trattenimento estivo, Venezia 1646, Hertz in 12 — La superbia confusa, diporto letterario, Piacenza, Ardizzoni in-12, ed altre rime.

Non poesie, ma discorsi e lavori letterarii di varie specie, ci lasciarono: Ambrogio che perorò per la Repubblica a Pio IV, ed il suo discorso fu stampato in Roma nel 1560; Ambrogio di Francesco che pubblicò Orationes duae in Oratium Coclitem romanum, Genova 1629 in-4; Antoniotto legista di vaglia, che disse nell’incoronazione del Doge Stefano Demari un’orazione impressa dal Celle nel 1664, col titolo Idea dei Principi; Camillo, che dié alla luce l’elogio di F. Isaia Volpi.

Nella raccolta degli Accademici veneti intitolata Ora-