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la parte poi che da quelli era ancor libera, e che chiamavasi Provincia d’Italia, apparteneva agl’imperatori di Bisanzio, gli ufficiali dei quali, che poco pensavano a difenderla, di ogni mezzo servivansi per cavarne danari il più che potessero.

In mezzo a queste calamità ed alla prostrazione generale degl’Italiani, le sole persone alle quali si potessero indirizzare per aiuto erano il papa ed i vescovi, ma siccome di questi molti trovavansi risiedere in città dai Longobardi tenute, oppure erano senza residenza per esserne state le loro sedi distrutte, al sommo pontefice come a comun padre tutti si rivolgevano, affinchè come capo del cattolicismo a pro di essi impiegasse la sua influenza sia presso gl’imperatori a Costantinopoli, che presso l’esarca a Ravenna, dai quali soli potevasi sperar difesa.

Pochissimo si ottenne da Costantinopoli, che quella corte effeminata a mala pena poteva le sue provincie d’oriente conservare dalle irruzioni di altri barbari, che continuamente le attaccavano, epperciò si contentò l’imperatore d’indirizzarsi con messi al re dei Franchi, già riconosciuti come Leti e Federati dell’impero romano, affine di ottenere che rivolgessero le loro armi contro gl’invasori di questa parte d’Italia.

Venutivi i Franchi furono in principio battuti, ma tornati di nuovo, finirono per costringere i Longobardi a loro cedere i due principali passaggi che da essi mettevano in Italia, cioè le valli di Susa e d’Aosta, oltre la minore di Mati, ora detta di Lanzo.

Dopo le continue preghiere ed istanze a Costantinopoli a pro di questa provincia, i papi coi proventi del patrimonio della chiesa romana, che immensi erano sopratutto in Sicilia, a questo popolo, che tra la peste e la carestia solite compagne di tali guerre ogni giorno in più misero stato trovavasi, soccorrevano, ecclesiastici e laici che nelle continue scorrerie da que’ barbari schiavi facevansi riscattavano, sovente con doni procurando d’ammansarli, e pagando anche la soldatesca che stava alla difesa delle città italiane suddite dell’impero.

Siffatta critica condizione di cose, che parrebbe esagerata, quando non ne avessimo una descrizione nelle lettere stesse de’ papi contemporanei, venne con ottime prove descritta dal Manzoni1, e con numerosi documenti confermata dal Troya 2, i quali preclarissimi nostri scrittori, primi

  1. Discorsi sopra alcuni punti di Storia longobardica in Italia, annessi alla tragedia l’Adelchi.
  2. Codice diplomatico longobardo, Volume IV.