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le simpatie della bassa polizia che li spiava diligentemente, sottoponendoli ad una vera vigilanza continua, fastidiosa, qualche volta sinanco ridicola e denunziandoli nei suoi rapporti riservati come i capi del partito rivoluzionario in Toscana; ma l’alta polizia che aveva altri e più sicuri mezzi per isceverare il falso e l’esagerato da quanto giornalmente le scodellavano col manto del mistero gli amici segreti e i fiduciari (legga il lettore: spie), gli ispettori e i commissarii, non tenne mai conto di quelle accuse, e forse ne rise saporitamente alle spalle di quei suoi segugi latranti alle calcagna di pretesi cospiratori; difatti, quando essa fu richiesta a deporre sul loro conto, in essi non vide che dei gentiluomini colti, studiosi e pacifici. Così troviamo che don Neri Corsini, il 27 gennaio 1823, scriveva al presidente del Buon Governo che l’i. e r. governo di Lombardia avendo trovato fra le carte sequestrate al conte Federigo Confalonieri, al barone Trechi e a Giuseppe Pecchio alcune lettere del marchese Gino Capponi, domandava se la condotta del giovine patrizio fiorentino fosse tale da poterlo ritenere un soggetto pericoloso. E il Puccini, passando disopra ai rapporti dei suoi dipendenti, ne’ quali il Capponi non era certamente descritto come un saldo campione delle istituzioni che messer Domineddio, i birri e le baionette austriache in quei giorni tenevano sotto la loro santa custodia, rispondeva il 31 gennaio: „Il marchese Gino Capponi tornò dai suoi viaggi verso il cadere del 1820; da quell’epoca ha vissuto in patria applicandosi ai suoi studi e ai suoi affari e frequentando le prime società di questa capitale. Non mi risulta che la sua condotta non sia stata sempre quella che si conviene ad uomo nobile e gentile, e conforme ai doveri di buon suddito: onde nei rapporti politici non avrei osservazioni da fare sul medesimo.„ — Potrebbe anche darsi che il Puccini si fosse indotto a scrivere in siffatto modo per non rendere più grave la condizione dei detenuti lombardi, minacciati di finire sul patibolo; ma è anche certo che il Governo granducale, malgrado le velleità liberali del Capponi, doveva essere sicuro sul conto del preteso carbonaro se Ferdinando III, quasi nello stesso tempo in cui a Milano una Commissione