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risalendo la kama

nel momento in cui la compagnia di zingari lo lasciava per non più ritornarvi.

Il vecchio zingaro era là, in atto umile, poco conforme alla naturale sfrontatezza dei suoi congeneri. Si avrebbe detto ch’egli cercasse di evitare gli sguardi meglio che di attirarli. Il suo cappello miserando, abbrustolito da tutti i soli del mondo, calava giù giù sulla sua faccia rugosa. Il suo dorso ricurvo si avvolgeva stretto in un vecchio camiciotto, non ostante il calore. Sotto quei panni miserabili sarebbe stato difficile giudicare della sua statura e del suo aspetto.

Accanto a lui, la zingara Sangarre, donna sui trent’anni, di pelle bruna, alta, ben piantata, cogli occhi magnifici e coi capelli dorati, se ne stava in atto superbo.

Delle giovani danzatrici, molte erano singolarmente leggiadre, sebbene avessero tutte il tipo schietto della loro razza. Le zingare sono generalmente vezzose, e più d’uno di quei gran signori russi, che si piccano di gareggiar d’eccentricità cogli Inglesi, non ha esitato a scegliere la sua donna fra esse.

Una canticchiava una canzone dal ritmo strano, i cui primi versi possono essere così tradotti:

               La pelle ho bruna,
               Ma pur son bella;
               Cerco la stella
               Della fortuna.

L’allegra fanciulla proseguì, senza dubbio, la sua canzone, ma Michele Strogoff non l’ascoltava più.

Gli parve infatti che la zingara Sangarre lo