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michele strogoff

Per altro la lotta sembrava non dover finire tanto presto. La frotta di lupi si rinnovava di continuo, e bisognava che la riva destra dell’Angara ne fosse infestata.

— Non la vorrà finire mai! diceva Alcide Jolivet maneggiando il suo pugnale rosso di sangue.

Infatti, mezz’ora dopo il principio dell’attacco, i lupi correvano ancora a centinaja attraverso ai ghiacciai.

I fuggitivi, sfiniti di forze, piegavano visibilmente, e già la lotta volgeva loro sfavorevole; in quella dieci grossi lupi inferociti dalla collera e dalla fame, cogli occhi che luccicavano nell’ombra come bragia, invasero la piattaforma della zattera. Alcide Jolivet ed il suo compagno si gettarono in mezzo ai formidabili animali, e Michele Strogoff strisciava verso di loro, quando avvenne un improvviso mutamento di fronte.

In pochi secondi i lupi ebbero abbandonato non solo la zattera, ma anche i ghiacci sparsi sul fiume. Tutti quei corpi neri furono dispersi, e poco stante fu palese che se n’erano in gran fretta tornati sulla riva destra del fiume.

Gli è che a codesti lupi erano necessarie le tenebre per agire, ed allora invece una luce intensa illuminava tutto il corso dell’Angara.

Era il bagliore d’un immenso incendio. La borgata di Poshkavsk ardeva intera. Stavolta i Tartari erano là, alle loro opre. Quind’innanzi occupavano le due sponde fino al di là d’Irkutsk. I fuggitivi giungevano dunque alla zona pericolosa della loro traversata e si trovavano ancora a trenta verste dalla capitale.

Erano le undici e mezzo pomeridiane; la zattera continuava a scivolare nell’ombra in mezzo ai