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una festa al palazzo nuovo

dopo queste lontane missioni, egli non tralasciò mai di consacrarli alla vecchia madre, — lo avessero anche separato da lei migliaia di verste, ed avesse l’inverno fatto impraticabili le vie. Pure, e, per la prima volta, Michele Stregoff che era stato occupatissimo nel sud dell’impero, non aveva riveduta la vecchia Marfa da tre anni, tre secoli! Il suo congedo stava per essergli accordato fra pochi giorni, e già egli aveva fatto i preparativi per la partenza ad Osmk, quando avvennero i casi già noti. Michele Strogoff fu dunque introdotto davanti allo czar, ignorando interamente ciò che l’imperatore volesse da lui.

Lo czar, senza rivolgergli la parola, lo guardò alcuni istanti e lo osservò con occhi penetranti, mentre Michele Strogoff se ne stava assolutamente immobile.

Poi lo czar, soddisfatto senza dubbio dell’esame, tornò presso al suo scrittojo, e facendo segno al gran mastro di polizia di sedersi, gli dettò a bassa voce una lettera di poche linee soltanto.

Scritta la lettera, lo czar la rilesse con estrema attenzione, poi la sottoscrisse, facendo precedere al suo nome queste parole: byt po semou che significano così sia, e sono la formola sacramentale degli imperatori di Russia.

La lettera fu allora messa in una busta, che venne suggellata colle armi imperiali.

Dopo di che, lo czar, rizzandosi in piedi, disse a Michele Strogoff di avvicinarsi.

Michele Strogoff fece alcuni passi e si piantò di nuovo immobile, pronto a rispondere.

Lo czar lo guardò ancora una volta bene in faccia, cogli occhi negli occhi di lui, poi con voce breve: