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un ultimo sforzo


Michele Strogoff fece due verste sulla via assolutamente deserta. Egli cercava collo sguardo a dritta ed a mancina qualche casa che non fosse stata abbandonata. Tutte quelle che egli visitò eran vuote.

Pure una capanna, che egli vide fra gli alberi, fumava ancora. Avvicinandosi, potè scorgere, a pochi passi dalle reliquie della sua abitazione, un vecchio circondato di fanciulli piangenti. Una donna tuttavia giovane, senza dubbio sua figlia, la madre dei piccini, inginocchiata a terra, guardava con occhio smarrito quella scena di desolazione. Essa allattava un bambino di pochi mesi, al quale il suo latte doveva presto mancare. Tutto intorno a questa famiglia era rovina e miseria.

Michele Strogoff s’accostò al vecchio e gli disse con voce grave:

— Mi puoi tu rispondere?

— Parla, rispose il vecchio.

— I Tartari sono passati di qua?

— Sì, poichè la mia casa è in fiamme.

— Era un’armata od un distaccamento?

— Un’armata, poichè i nostri campi sono devastati fin dove giunge la tua vista.

— Comandata dall’Emiro?

— Dall’Emiro, poichè le acque dell’Obi son divenute rosse.

— Féofar-Kan è entrato in Tomsk?

— In Tomsk.

— Sai tu se i Tartari si siano impadroniti di Kolyvan?

— No, poichè Kolyvan non arde ancora.

— Grazie, amico. — Posso io fare qualche cosa per te o per i tuoi?

— Nulla.

— A rivederci.