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gli acquitrini della baraba

apparivano tratto tratto fra i giunchi giganteschi. Uomini, donne, fanciulli, vecchi vestiti di pelli d’animali, colla faccia coperta di vesciche spalmate di pece, facevano pascere magri greggi di montoni; ma, per preservare questi animali dal morso degli insetti, li tenevano sottovento di fuochi di legna verde che alimentavano dì e notte, ed il cui acre fumo si propagava lentamente sopra l’immenso acquitrino.

Quando Michele Strogoff sentiva che il suo cavallo, sfinito dalla stanchezza, stava per cadere, allora si arrestava in uno di quei miserabili casali, e colà, dimentico delle proprie fatiche, strofinava egli medesimo le morsicature del povero animale con grasso caldo, secondo l’usanza siberiana; poi gli dava una buona razione di foraggio, e solo dopo d’averlo ben fasciato pensava a sè medesimo e ristorava le proprie forze mangiando qualche pezzo di pane e di carne e bevendo qualche bicchiere di kwass. Un’ora dopo, o due al più, egli ripigliava di galoppo l’interminabile strada d’Irkutsk.

Novanta verste furono così valicate dopo. Turumoff, ed il 30 luglio, alle 4 pomeridiane, Michele Strogoff, insensibile ad ogni fatica, giungeva ad Elamsk.

Colà bisognò dare una notte di riposo al cavallo, il quale non avrebbe potuto durare più a lungo in quel viaggio.

Ad Elamsk non esisteva alcun mezzo di trasporto, come non ne esisteva altrove per le medesime ragioni; mancavano, al par che nelle borgate precedenti, carrozze, cavalli, ogni cosa.

Elamsk, piccola città che i Tartari non avevano ancora visitato, era quasi interamente spopolata,