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gli acquitrini della baraba

cui profumi si mescevano ai caldi vapori esalati dal suolo.

Michele Strogoff, galoppando fra quei boschetti di giunchi, non era più visibile dei pantani che fiancheggiavano la via. Le grandi erbe s’innalzavano più su di lui medesimo, e il suo passaggio era solo segnalato dal volo di innumerevoli uccelli acquatici che si sparpagliavano gridando nelle profondità del cielo.

La via era nettamente tracciata, qui essa si allungava direttamente fra il fitto delle piante acquitrinose, colà contornava le rive sinuose di vasti stagni, taluni dei quali, misurando parecchie verste di lunghezza e di larghezza, hanno meritato il nome di laghi. In altri punti non era stato possibile evitare le acque stagnanti che la via attraversava, non già sopra ponti, ma sopra piatteforme dondolanti, coperte di fitti strati d’argilla, ed i cui travi tremavano come una tavola troppo debole gettata sopra un abisso; talune di queste piatteforme si prolungavano sopra uno spazio di due o trecento piedi; più d’una volta i viaggiatori, od almeno le viaggiatrici dei tarentass, vi provarono un malessere analogo al mal di mare.

Quanto a Michele Strogoff, sia che il terreno fosse solido, ossia che cedesse sotto i suoi piedi, correva sempre senza arrestarsi, saltando i crepacci che si aprivano fra le travi imputridite. Ma per quanto presto corressero cavallo e cavaliere, non poterono sottrarsi alle punture di quegli insetti dipteri che infestano il paese acquitrinoso.

I viaggiatori obbligati ad attraversare la Baraba durante l’estate hanno cura di munirsi di una maschera di crini, alla quale è congiunta una cotta di maglie di filo di ferro che copre loro le spalle.