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268 xx - ipermestra


Se a parte non ne sei,

non v’è gioia per me; non chiamo affanno
ciò che te non offende; ogni mia cura
da te deriva e torna a te; non vivo,
crudel! che per te sola; e tu frattanto
t’accendi a nuove faci!
Sai ch’io morrò di pena, e pure...
Ipermestra. (si trasporta) Ah! taci,
prence, non piú. Se d’un pensiero infido
son rea... (s’arresta, vedendo il padre)
Linceo.   Perché t’arresti?
Ipermestra.   (Oh Dio! l’uccido.)
Linceo. Siegui, termina almen.
Ipermestra. (si ricompone) Se rea son io
d’un infido pensier, da te non voglio
tollerarne l’accusa. Assai dicesti:
basta cosí; parti, Linceo.
Linceo.   T’affanna
tanto la mia presenza?
Ipermestra. Piú di quel che non credi, e d’un affanno
che spiegarti non posso.
Linceo.   A questo segno
dunque son io?... Che tirannia! Mi lasci,
non hai rossor, non ti difendi, abborri
l’aspetto mio, non vuoi che a te m’appressi,
giungi sino ad odiarmi, e mel confessi?
Ipermestra. (Che morte!)
Linceo.   Addio per sempre. Io non so come
non mi tragga di senno il mio martíre.
Addio. (partendo)
Ipermestra.   Dove, Linceo?
Linceo.   Dove? A morire.
Ipermestra. Ferma. (Aimè!)
Linceo.   Che vuoi dirmi:
che ho perduto il tuo cor? ch’io son l’oggetto
dell’odio tuo? L’intesi giá, lo vedo,