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atto primo 253


la virtú de’ mortali. Astri tiranni,

o datemi piú forza, o meno affanni!
Danao. Che smania intempestiva!
Linceo. Qual ignoto dolor, bella mia face?...
Ipermestra. Ah! lasciatemi in pace;
ah! da me che volete?
Io mi sento morir: voi m’uccidete.
          Se pietá da voi non trovo
     al tiranno affanno mio,
     dove mai cercar poss’io,
     da chi mai sperar pietá?
          Ah! per me, dell’empie sfere
     al tenor barbaro e nuovo,
     ogni tenero dovere
     si converte in crudeltá. (parte)

SCENA X

Linceo e Danao.

Linceo. Io mi perdo, o mio re. Quei detti oscuri,

quel pianto, quel dolor...
Danao.  Non ti sgomenti
d’una donzella il pianto. Esse son meste
spesso senza cagion; ma tornan spesso
senza cagione a serenarsi.
Linceo.  Ah! parmi
ch’abbia salde radici
d’Ipermestra il dolor; né facilmente
si sana il duol d’una ferita ascosa.
Danao. Io ne prendo la cura: in me riposa. (parte)
Linceo. No, che torni sí presto
a serenarsi il ciel l’alma non spera:
la nube, che l’ingombra, è troppo nera.