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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. II, 1913 – BEIC 1884499.pdf/82


76 VI - SEMIRAMIDE
esponga al nudo acciaro; io vo’ che sia
la sua vita in periglio; e se un rivale
sugli occhi miei gli trafiggesse il seno,
nel suo morir sarei contenta appieno.
Semiramide. Ah! mal conviene a tenera donzella
mostrar, fuor del costume,
di brama si tiranna il core acceso.
Tamiri. Parli cosi, perché non sei l’offeso.
La sua morte mi giova.
Semiramide. (Lo sdegno coll’amor venga alla prova.)
Tamiri, ascolta. Alfine
ho desio d’appagarti, e, già che vuoi
Scitalce estinto, io la tua brama adempio;
ma non chiamarmi poi barbaro ed empio.
Tamiri. Anzi giusto, anzi amico
chiamar ti deggio.
Semiramide. In solitaria parte
farò che innanzi a te cada trafitto.
Tamiri. Si, si. Del tuo delitto
tardi, ingrato! da me pietà vorrai.
Semiramide. Che bel piacere avrai del nudo acciaro
vedergli al primo colpo
della morte il terror correr sul viso !
Veder più volte invano
la prigioniera inano
sforzar le sue catene,
per dar soccorso alle squarciate vene !
Inutilmente il labbro
veder con spessi moti
tentar gli accenti; la pupilla errante
i rai cercar della smarrita luce,
e alternamente il capo,
a vacillare astretto,
or sul tergo cadérgli, ed or sul petto!
Tamiri. Oh Dio!
Semiramide. (Già impallidisce.) Odimi: allora,
prima ch’affatto ei mora,
aprigli il sen con le tue mani istesse.
Allora...
Tamiri. Aimè !