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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/89


varianti 83


               Vedilo, e dimmi poi
          se gli africani eroi
          tanta virtú nel seno
          ebbero mai. (pane)

SCENA XII [IX]

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    
Selene. Ah! generoso Enea,
.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    
non fidarti cosí; d’Osmida ancora
all’amista tu credi, e pur t’inganna.
Enea. Lo so: ma come Osmida
non serba Araspe in seno anima infida.
Selene. Sia qual ei vuole Araspe, or non è tempo
.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    
Selene. E Didone che parla, e non Selene.
Se non l’ascolti almeno,
tu sei troppo inumano.
Enea. L’ascolterò, ma l’ascoltarla è vano.
               Non cede all’austro irato,
          né teme, allor che freme
          il turbine sdegnato,
          quel monte che sublime
          le cime innalza al ciel.
               Costante, ad ogni oltraggio
          sempre la fronte avvezza,
          disprezza il caldo raggio,
          non cura il freddo gel. (parte)

SCENA XIII [X]


Selene sola.

Chi udí, chi vide mai
del mio piú strano amor sorte piú ria!
Taccio la fiamma mia,
e, vicina al mio bene,
so scoprirgli le altrui, non le mie pene.