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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/42

36 i - didone abbandonata

SCENA IX

Selene ed Enea.

Enea. Allorché Araspe a provocar mi venne,
del suo signor sostenne
le ragioni con me. La sua virtude
se condannar pretendi,
troppo quel core ingiustamente offendi.
Selene. Sia qual ei vuole Araspe, or non è tempo
di favellar di lui. Brama Didone
teco parlar.
Enea.  Poc’anzi
dal suo real soggiorno io trassi il piede.
Se di nuovo mi chiede
ch’io resti in questa arena,
invan s’accrescera la nostra pena.
Selene. Come fra tanti affanni,
cor mio, chi t’ama abbandonar potrai?
Enea. Selene, a me «cor mio»?
Selene. È Didone che parla, e non son io.
Enea. Se per la tua germana
così pietosa sei,
non curar piú di me, ritorna a lei.
Dille che si consoli,
che ceda al fato e rassereni il ciglio.
Selene. Ah no! Cangia, mio ben, cangia consiglio.
Enea. Tu mi chiami tuo bene?
Selene. È Didone che parla, e non Selene.
Vieni e l’ascolta. È l’unico conforto
ch’ella implora da te.
Enea. D’un core amante
quest’è il solito inganno:
va cercando conforto, e trova affanno.