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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/406

400 v - alessandro nell'indie

SCENA ULTIMA

Timagene poi Gandarte, indi Erissena e detti.


Timagene.  Qui prigioniero
giunge Poro, mio re.
Cleofide.  Come!
Alessandro.  E fia vero?
Timagene. Si: nel tempio nascoso
col ferro in pugno io lo trovai. Volea
tentar qualche delitto. Ecco che viene.
 (esce Gandarte, prigioniero fra due guardie)
Cleofide. Dove, dov’è il mio bene (getta lo stile)
Timagene. Non lo ravvisi piú?
Alessandro.  Vedilo.
Cleofide.  Oh Dio!
M’ingannate, o crudeli, acciò risenta
delle perdite mie tutto il dolore.
Ah! si mora una volta,
s’incontri il fin delle sventure estreme.
 (in atto di volersi gettar sul rogo)
Poro. Anima mia! noi moriremo insieme. (trattenendola)
Cleofide. Numi! Sposo! M’inganno
forse di nuovo? Ah, l’idol mio tu sei!
Poro. Si, mia vita, son io
il tuo barbaro sposo,
che, inumano e geloso,
ingiustamente offese il tuo candore.
Ah! d’un estremo amore
perdona, o cara, il violento eccesso.
Perdona... (volendosi inginocchiare)
Cleofide.  Ecco il perdono in questo amplesso.
Alessandro. Oh strano ardire!
Poro.  Or delle tue vittorie
fa’ pur uso, Alessandro. Allor ch’io trovo
fido il mio bene, a farmi sventurato
sfido la tua fortuna e gli astri e il fato.