Apri il menu principale

Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/403


varianti 397


Poro. Ardisci, io non ti miro: il braccio invitto
conservi nel ferir l’usato stile.

(Poro rivolge il volto non mirando Gandarte, e Gandarte allontanatosi da lui, nell’atto di uccider se stesso, dice:)

Gandarte. Guarda, signor, se il tuo Gandarte è vile.

SCENA IX [VI]

Erissena e detti.

Erissena. Fermati. (trattenendolo)
Poro.  Oh ciel, che fai? (rivolgendosi a Gandarte)
Gandarte. Perché mi togli,
principessa adorata,
la gloria d’una morte,
che può rendere illustri i giorni miei?
Erissena. Qui di morir si parla, e intanto altrove
un placido imeneo
stringe Alessandro all’infedel tua sposa. (a Poro)
Poro. Come!
Gandarte.  E fia ver?
Erissena.  Tutto risuona il tempio
di stromenti festivi. Ardon su l’are
gli arabi odori. A celebrar le nozze
mancan pochi momenti.
Poro.  Udiste mai
piú perfida incostanza? Or chi di voi
torna a rimproverarmi i miei sospetti,
le gelose follie,
il soverchio timor, le furie mie?
Cadrá per questa mano,
cadrá la coppia rea.
Gandarte.  Che dici!
Poro.  Il tempio
è comodo alle insidie; a me fedeli
son di quello i ministri. Andiamo.
Erissena.  Oh Dio!
Gandarte. Ferma! chi sa, forse la téma è vana.