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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/386

380 v - alessandro nell'indie


un’amante regina,
supplice, sconsolata, e di frequenti
lagrime sventurate aspersa il volto.
Poro. (Mi giunge a indebolir, se piú l’ascolto.)
 (in atto di partire)
Cleofide. Ingrato, non partir. Guardami. Io t’offro
spettacolo gradito agli occhi tuoi. (s’alza)
Voi, dell’Idaspe, voi,
onde, di quel crudel meno insensate,
meco le mie sventure al mar portate.
 (va per gittarsi nel fiume)
Poro. Cleofide! che fai? Férmati, oh dèi! (corre per arrestarla)
Cleofide. Che vuoi? Perché m’arresti,
adorato tiranno? È di mia sorte
la pietá che ti muove? O ti compiaci
di vedermi ogn’istante
mille volte morir?
Poro.  (Numi, che pena!)
Cleofide. Parla.
Poro.  Deh! se tu m’ami,
non dar prove sì grandi
della tua fedeltá. Fingi incostanza,
del geloso mio cor le furie irrita.
Il perderti è tormento;
ma il perderti fedele è tal martire,
è pena tal, che non si può soffrire.
Cleofide. Io vi perdono, o stelle,
tutto il vostro rigor. Compensa assai
la sua pietade i miei sofferti affanni.
Poro. E questo, astri tiranni,
il talamo sperato? È questo il frutto
di tanto amor? Felicitá sognate!
Inutili speranze!
Cleofide.  Ancor, mio bene,
noi siamo in libertá. Posso a dispetto
dell’ingiusto destin darti una prova
maggior d’ogni altra. In sacro nodo uniti
oggi l’India ci vegga; e questo il punto
de’ tuoi dubbi gelosi ultimo sia.
Porgimi la tua destra, ecco la mia.