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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. I, 1912 – BEIC 1883676.djvu/230

224 iii - catone in utica


Cesare. Non cangia pensiero (verso Catone)
quel core ostinato.
Emilia. Vendetta non spero, (da sé)
Catone. La figlia è ribelle, (da sé)
Tutti. Che voglian le stelle,
quest’alma non sa. (partono)

SCENA X

Luogo magnifico nel soggiorno di Catone.

Arbace con ispada nuda, ed alcuni seguaci; poi Fulvio dal fondo, parimente con ispada, e séguito di cesariani.

Arbace. Dove mai l’idol mio,
dove mai si celò? M’affretto invano;
né pur qui lo ritrovo. Oh dèi! Giá tutta
di nemiche falangi Etica è piena.
Compagni, amici, ah! per pietá, si cerchi,
si difenda il mio ben. Ma giá s’avanza
Fulvio con Farmi. Ardir, míei fidi; andiamo
contro lo stuolo audace
a vendicarci almen.
Fulvio. Fermati, Arbace.
Il dittator non vuole
che si pugni con voi. Di sua vittoria
altro frutto non chiede
che la vostra amistá, la vostra fede.
Arbace. Che fede? che amistá? Tutto è perduto:
altra speme non resta
che terminar la vita,
ma con l’acciaro in man.