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al di là della quale cessa ogni nostra conoscenza? Belle domande alle quali saremmo felici anche noi di poter dare una risposta, che non fosse una spiegazione puramente verbale o un’escogitazione più o meno ipotetica.

Ciò che riempie lo spazio e il tempo è la materia, ch’è quello che rimane dei corpi quando noi li pensiamo spogli delle loro forme e qualità particolari. Noi non percepiamo propriamente la materia come tale, ma la percepiamo con questa o quella forma con questa o quella qualità; ossia percepiamo gli oggetti, i quali diciamo reali in quanto agiscono sopra di noi, sono causa delle nostre sensazioni. La materialità, il potere essere causa delle nostre sensazioni, è ciò che distingue, anche per la coscienza comune, un oggetto reale da un’immagine fantastica. Per cui la materia considerata obbiettivamente, cioè a dire non per quello che può essere in se stessa ma in rapporto con le forme del nostro intelletto, non è altro che l’agire degli oggetti in astratto, ciò che li fa essere oggetti ossia delle realtà percepibili: è il sustrato comune dei fenomeni, la causa permanente delle nostre sensazioni, il rispecchiamento obbiettivo della funzione della causalità, questa funzione stessa obbiettivata e pensata in astratto. Tutti i trattati di Fisica e di Meccanica, quando si tengono fedeli al loro punto di vista empirico, non possono a meno di definire la materia in termini causali: «la matière, dice Poisson, «est tout ce qui peut affecter nos sens d’une ma-