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L’Italia dal 1890 in poi, per varie cause d’indole generale comuni a tutta l’Europa, e per altre speciali riguardante il suo funzionamento amministrativo, le sue risorse economiche e le sue spese, fu travagliata da grave crisi finanziaria, che sulla fine del 1893 minacciò di convertirsi in fallimento. Il disagio economico sollevò l’agitazione politica e generò perfino la sommossa in due regioni, la Sicilia e la Lunigiana. Ma mentre in tale frangente si creava una spietata avversione per la politica e per le spese coloniali e si discutevano calorosamente e si lesinavano per l’Eritrea i sette od otto milioni annui appena sufficienti per i suoi bisogni ordinari di pace, il suo abbandono non era voluto che da un’infima parte del Parlamento e del Paese.

Con tali principii e con tali disposizioni, non solo sarebbe stata respinta qualunque proposta di spese per fare preparativi militari nell’Eritrea, ma si avrebbe voluto diminuire anche quelle assegnatele per farla languire.

Altra causa d’impreparazione fu la speranza di possibili componimenti col Negus.

Il lungo periodo di incerta ostilità che durava dal febbraio 1891 aveva finito per affievolire in Italia le preoccupazioni, e l’aveva ormai abituata a considerare l’incidente italo-scioano come un affare di secondo ordine rimediabile colle trattative diplomatiche, che si ritenevano tanto più facili pel ricordo delle antiche relazioni d’amicizia tra Menelik, il nostro Paese e il nostro Re.

Perciò vennero tentate le due missioni più