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mio letto ed al mio fianco era assiso il mio tentatore. Con un impulso al quale non potei resistere, un impulso dettato dall’orrore del mio sogno mi slanciai a’ suoi piedi ed esclamai: salvatemi.

Io non so, signore, e non credo, che l’umana intelligenza possa risolvere questo problema, se cotesto ente indefinibile aveva il potere d’influire su’ miei sogni e dettare ad un demonio le immagini, che mi avevano spinto a gettarmi a’ piedi di lui colla speranza di trovare in esso la mia salvezza. Checchè ne sia, è certo, che egli profittò del mio terrore, metà immaginario, metà reale, ed incominciò dal volermi dimostrare, che aveva diffatti il potere di salvarmi. Mi propose in seguito una condizione spaventevole, che io non comunicherò giammai a nessuno fuorchè al mio confessore.

(Qui Melmoth si risovvenne della condizione incomunicabile, che era stata proposta a Stanton nell’ospedale de’ pazzi. Fremette e tacque. Lo Spagnuolo continuò.)